ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE

I nomadi delle steppe
di Giuseppe Cossuto

Tamerlano

Il grande storico dell'antichità Erodoto, confessando, riportava: “Non sono riuscito a sapere con certezza di quale consistenza sia la popolazione della Scizia. Sul numero degli Sciti ho sentito discorsi diversi: o che sono moltissimi, o che i veri Sciti sono pochi”.[1] Allo stesso modo dei suoi abitanti, la "Scizia", cambia nome, estensione, identità, nel corso dei millenni ma sta ad indicare, in ogni modo, quell'immensa vagina gentium formata da distese d'incredibile estensione che, solo da un paio di secoli si è riusciti a delimitare.

I suoi abitanti sono, a volte, di difficile identificabilità, altre volte invece, ben presenti nell'immaginario collettivo delle genti circostanti, per i quali diventano "orchi", "tartari" (provenienti dal Tartaro, l'Inferno) o i biblici popoli di Gog e Magog che, riusciti a sfuggire dalla valle remota dove l'Uomo dalle Due Corna (Alessandro il Macedone) li confinò, porteranno il terrore e la distruzione verso Occidente.

Immagine stessa dell'"alterità", del "barbaro", del semi-ferino. Ma non si può dimenticare che gli "Sciti" hanno dato all'umanità alcuni dei più noti strateghi e guerrieri, tra i quali spiccano Attila, Cengiz Khan, Tamerlano. Non si può, oltremodo, dimenticare che la formidabile macchina di conquista "scitica" ha lasciato orme evidenti negli eserciti medioevali e moderni.

Ma cosa hanno in comune un Cosacco del XVI ed un Unno del IV secolo, o un Cumano del XIII? C’è qualcosa che lega gli Unni che portarono allo sgretolamento l’Impero Romano d’Occidente con gli Ottomani che si sostituirono (ma senza rinnegare la tradizione imperiale romana) agli Imperatori di Bisanzio? E i Russi, i Turchi, i Tatari, gli Ungheresi, i Moldavi, i Valacchi e “noi stessi”, come europei occidentali e meglio ancora come italiani, cosa potremmo mai avere avuto di simile con orde eurasiatiche stanziate in Romagna o in Molise?

Praticamente i popoli delle steppe sono sempre stati presenti nel medioevo europeo (e non solo come avversari) ma, forse troppo concentrati a ricercare i ben visibili legami tra le sponde del Mediterraneo, si è tralasciato di indagare nella giusta proporzione sui rapporti storici che legano la propaggine Europa all’immensa Asia e con quelli che qualcuno ha giustamente considerato come “motore” di buona parte degli avvenimenti che interessarono l’età medioevale.

Lo scopo di queste brevi trattazioni, che sicuramente non saranno esaustive, è di tracciare linee generali principali che aiutino a capire chi sono i nomadi eurasiatici ed in che modo nel corso dei millenni, hanno interagito con i “popoli sedentari".

I nomadi delle steppe[2]

A partire dal IV secolo d.C. gruppi umani fino ad allora sconosciuti appariranno e caratterizzeranno il medioevo europeo. Sono diversi anche fisicamente da tutti gli altri popoli, sia dagli Sciti noti agli autori classici, fin dai tempi di Erodoto, sia dai vari Germani e Slavi che si muovono alle frontiere orientali.

Sono, per i tardo-romani, indubbiamente degli “Sciti” ma, mentre questi avevano armature raffinate i nuovi arrivati avevano vestiti laceri di pelliccia di topo. Quindi vengono automaticamente identificati come frutto di un’unione bestiale tra streghe gote e spiriti maligni della palude Meotide o come le avanguardie delle armate di Gog e Magog le quali, riuscendo a forzare la barriera costruita da Alessandro il Macedone in Asia, erano pronte ad avventarsi su un mondo mediterraneo declinante.

Un centinaio di anni dopo la prima apparizione, questi strani uomini che sembrano vivere perennemente a cavallo (specialmente quando ricevono gli ambasciatori romani, per dimostrare la propria fattiva superiorità) hanno vesti ricchissime ed utensili preziosi. Il loro sovrano Attila, l’unico che non cede al lusso, domina una confederazione di tribù varie e si può permettere, sfrontatamente, di estorcere tributi a Roma e Costantinopoli e di pretendere in sposa nobildonne di sangue imperiale.

Dopo la sua morte e fino al XIX secolo (1812: anno della deportazione in massa dei Tatari del Budjak, (Moldavia) e fine definitiva di ogni civiltà di tipo aristocratico-nomade a nord-ovest del Mar Nero) una serie di confederazioni nomadi continueranno a rapportarsi in qualche modo con lui e con gli Unni dei quali era stato il sovrano più illustre: Bulgari, Avari, Magiari, Turchi, Peceneghi, Cumani, Tataro-Mongoli.

Gli Unni (e quelli che verranno dopo) sono nomadi delle steppe e vivono e agiscono come tali. Seguono quindi delle regole a loro proprie, determinate anche se non essenzialmente, dalle relazioni tra clima e prosperità.

Il loro luogo di vita è l’immensa steppa eurasiatica, che si estendeva dalla piana dobrugiana (Romania-Bulgaria attuali) al Pacifico. Questa non era un ambiente uniforme, dove le grandi mandrie di cavalli potessero pascolare da un capo all’altro del continente, come verrebbe da pensare. In realtà l’ambiente era molto vario, inframezzato da deserti, fiumi, colline ed innumerevoli altri elementi geografici.

Era (in quanto non è più, grazie agli immensi disastri ambientali, che ancora continuano, purtroppo) delimitata a nord dalle grandi foreste russe e siberiane, e a meridione da altre foreste, sterili lande, catene montuose e regioni di agricoltura intensiva. Vi erano inoltre altre grandi, immense pianure, la più occidentale delle quali coincide grossomodo con l’attuale Ungheria.

Per i nomadi delle steppe le foreste è un limite naturale. Quando qualche gruppo nomadico inizia a vivere nella foresta per supplire a qualche necessità materiale, cambia il proprio modo di vita, così come quando si insedia in città. Il corso dei fiumi, al contrario, rappresenta per il nomade una vera e propria strada e con piazzeforti sulle montagne si delimita generalmente il territorio e si protegge l’immenso territorio di pascolo e di tributo appartenente al rispettivo gruppo. Gruppo che vive di pascolo, ma anche di riscossione di tributi e di guerra nei confronti degli altri, che cercano di assorbirlo o che vuole assorbire. Se aumenta il numero delle bestie, c’è bisogno di più pascolo, se queste diminuiscono bisogna procurarsene altre a spese dei vicini.

Il primo dato fondamentale non trascurabile nell'organizzazione dei nomadi delle steppe è il rapporto tra cavallo e cavaliere. Già lo stesso aggettivo che utilizziamo oggigiorno "nomade" proviene dal greco nomas, che deriva dalla radice nemo (risiedere). Il nomade è quindi colui che abbandona la civiltà stanziale per portare le bestie al pascolo, per poi risultare alla “civiltà” profondamente estraneo. Il nomade delle steppe, prima che guerriero, è mandriano di pecore e bovini ma, anche e soprattutto, di cavalli. La sua ricchezza si misura sui capi di bestiame che possiede. Sono i cavalli a dare a lui l'agiatezza, tramite il commercio con gli Stati sedentari, sono gli stessi animali a condizionare le esigenze di vita dei nomadi.

Al cavallo sono legati i riti di ospitalità, le attività economiche principali (pastorizia, appunto, ma anche la guerra), la maggior parte dei momenti importanti o meno della vita quotidiana. Se Attila riceve le ambasciate romane a cavallo, Tamerlano (Timur-i Lenk) riduce il suo handicap (era zoppo, come si evince dal suo nome) proprio cavalcando. Quando la classe egemone si "decavallerizza", ovvero viene assorbita, volens nolens da una società sedentaria, anche il "popolo" si disperde.

Non bisogna però cadere nell'errore di considerare il cavallo utilizzato dai nomadi eurasiatici di una razza sola, o adattabile ad un'unica funzione. Se il cavallo per costoro è tutto, è anche selezionato, differente, allevato per occasioni e scopi differenti.

Il pony della steppa dell'Asia Centrale, è piccolo, tozzo, capace di nuotare, resistente. Ha il garrese basso e la testa grande. Seppur non paragonabile per "maestà" con altre razze equine, è l'animale ideale e perfetto per compiere lunghi tragitti e si nutre con poco. La sua conformazione fisica è adatta, ed è per questo che venivano ricercati quelli con la schiena piatta, per evoluzioni equestri e per poter tirare frecce montandolo in varie posizioni. Tuttavia è inadatto per le occasioni ufficiali, o per essere adibito a cavalleria pesante. Molto più usato, nelle steppe occidentali rispetto alle orientali, è il cavallo Przewalski, attualmente minacciato di estinzione.

Anche il colore del manto cavallo è basilare, nell'ordine di battaglia. Alcune orde della confederazione cumana (XI-XIV sec. d.C) prendevano il nome proprio dal colore del cavallo, così come gli Hsiung-Nu (i “Nomadi del Nord" delle fonti cinesi, che scomparvero nel 36 a.C.) erano usi schierare i propri squadroni, in osservanza alle leggi che regolano il cosmo, su cavalli neri a nord, cavalli "rossicci" a sud, bianchi ad occidente e bai verso est.

Questa simbiosi nomade delle steppe-cavallo non deve però portare a facili conclusioni, specialmente per ciò che concerne l'utilizzo primario della bestia come cavalcatura. E' infatti stato dimostrato che il cavallo, nei tempi antichi, era utilizzato principalmente come bestia da soma attaccata ai carri e, le caratteristiche fisiche e psichiche (tra le quali emergono la bassa statura, l'odorato sensibile e la vista aguzza) del cavallo lo rendevano sicuramente più atto alla fuga, che alla lotta.

Sembra che il pony (non molto dissimile al già citato cavallo selvatico Przewalski) venisse usato prevalentemente in guerra, e al pari dell'onagro (del quale è più forte e più veloce), come traino per carri da combattimento. E' quindi verso il 1700 a.C., in Mesopotamia (e quindi in una società stanziale) con l'invenzione della ruota a raggi, che il cavallo divenne un'arma da battaglia ideale. Furono i grandi imperi sedentari che necessitarono quindi del cavallo per meglio controllare i loro vasti domini e si iniziò quindi una selezione del cavallo che portò a varie migliorie e che permetterà, circa quattro secoli e mezzo più tardi, nell'antico Egitto, di avere la prima testimonianza (un figurino di legno) rappresentante un cavallo montato da uno scudiero. Mezzo secolo dopo, sempre in Egitto, troveremo numerose scene di guerra nelle quali il cavallo è usato da messaggeri o, staccato dai carri, utilizzato per la fuga. Anche in Grecia, pressappoco nello stesso periodo, si è ritrovata un figurino a cavallo.

Tuttavia l'uso del cavallo come cavalcatura da guerra è lontano dal perfezionamento: ancora nel IX secolo a. C. i cavalieri Assiri dovevano avere uno scudiero che portasse le redini del cavallo e fu proprio ad "imitazione" delle tecniche degli "Sciti" che le migliorarono.

Nelle steppe, infatti, le cose andarono diversamente. Nell'area dell'attuale Ucraina, intorno al 3200 a.C. si comincia ad addomesticare il cavallo, probabilmente in seno a comunità di piccoli agricoltori, che lo utilizzavano soprattutto come animale da macello e da rappresentanza, o come produttore di latte. Bisognerà aspettare, però, altri 2300 anni prima di avere testimonianze certe sull'uso del cavallo montato da cavalieri, nella stessa  zona.

Ed è proprio intorno al IX secolo a.C. che accadde, repentinamente, tanto improvvisamente che nemmeno la scienza archeologica sovietica è riuscita a delineare con esattezza la genesi dell'avvenimento, un fatto fondamentale per la storia dell'Umanità: la formazione di gruppi umani più coesi e consistenti, dotati di una macchina da guerra inarrestabile: il cavallo, appunto.

Nacquero nuove strutture sociali, più forti, più stabili, più produttive basate sul nomadismo e sull'interazione uomo-cavallo. Gradualmente ci si separava dalle comunità sedentarie per sottometterle, in seguito, a tributo. La ricerca di nuovi pascoli per i sempre più grandi e numerosi armenti provocava lotte non trascurabili tra i mandriani-guerrieri, i quali, giocoforza dovettero creare un nuovo tipo di organizzazione sociale: l'orda (ordu, in turco, altro non è che l'esercito organizzato).

Tribù come "armata a cavallo", dunque. In marcia per conquistare il mondo e tutto ciò che si parava all'orizzonte. La casa venne sostituita dalla yurta (la tenda) e il controllo del territorio tributario divenne una necessità di vita e di sopravvivenza. Il cavallo divenne il punto focale della vita del nomade, che si adattò ad esso, alle sue esigenze. Senza cavallo sarebbe divenuto schiavo, con molti cavalli capo, con tanti cavalli "Imperatore Oceanico", come riuscì a Cengiz Khan.

I primi nomadi “turchi” che si affacciano ad occidente, però, sono visibilmente poco dotati di potenza militare, contrariamente ai loro confinanti orientali. Fanno tremare le due parti dell’Impero Romano ed ancora di più i Germani e gli Iranici (Alani, Yas) nomadi ma sono piccoli gruppi, malvestiti e maleodoranti, che si muovono senza un progetto politico preciso. Hanno armi come l’arco, il laccio ed una puzza talmente spaventosa che spaventa i cavalli (appunto!) nemici.

Si chiamano “Unni” e di loro si tratterà in dettaglio in una scheda specifica in questa stessa sede. Non si può però qui non accennare al problema della loro provenienza e della loro affinità o meno con gli Hsiungh-Nu delle fonti cinesi, che attanaglia la storiografia scientifica fin dai primordi degli studi (se prendiamo come punto di partenza il testo del barone L. J. Deguignes, Histoire générale des Huns, des Turcs, des Mongols, et des autres Tartares occidentaux. Ouvrage tiré des livres chinois, Paris, 1756), proprio per chiarire alcuni meccaniche che si presenteranno ogni qual volta ci si troverà ad avere a che fare con i nomadi delle steppe.

Gli “Unni” e gli “Hsiungh-Nu” non sono lo stesso “popolo”. Il nome è similare certi, ma i componenti degli stessi hanno caratteristiche differenti. Sia il primo che il secondo etnonimo sono termini politici, utili a spiegare una ”collettività”, una confederazione di gruppi umani di differente origine e cultura. Simile è però, l’effetto terrificante che provocano sui sedentari, siano essi Romani o Cinesi.

Il fatto è che, nelle steppe, l’aggregazione di popoli (o di singoli!) sotto un nome comune, è una norma e quello che succede dopo è triste storia per i popoli intorno e leggenda per i romantici. L’ultimo esempio classico in Europa orientale di questo schema sono i Cosacchi, il nome dei quali “kazak”, significa in turco “fuggiasco” e che hanno origine da un miscuglio indistinguibile di gente di varia appartenenza etnica e religiosa, che si concretizzeranno nel tempo con una lingua slava comune e l’osservanza della confessione cristiano ortodossa.

Se “etnico”, come abbiamo visto, significa poco per le confederazioni delle steppe, tuttavia possiamo determinare (altrimenti la formazione storica a che serve?) l’appartenenza di un dato gruppo ad una determinata cultura per un certo periodo di tempo.

Mi spiego meglio con semplici esempi di noti popoli europei, che assomigliano molto a delle equazioni matematiche: i Cosacchi “nascono” Tatari probabilmente pagani e/o musulmani e si trasformano in pochi secoli tramite afflusso continuo di contadini in Slavi ortodossi con attività economiche differenziate (ed è la riproposizione atavica del nomade: meglio vivere a cavallo che essere legato alla terra). La costante non variabile è sempre l’abilità nell’uso del cavallo e l’attività di preda e di guerra.

Gli Ungheresi erano una delle più potenti macchine da guerra nomadiche del nostro medioevo e si trasformano, pur mantenendo buona parte delle caratteristiche originarie (lingua, cultura alimentare, altissimo senso dell’origine, culto e stima per il passato “nomade”), nei difensori dell’occidente stanziale.

I Bulgari (gli unici in Europa ad avere uno stato millenario sorto da un popolo delle steppe turco che porta ancora il nome originario) perdono gradatamente (e violentemente con sanguinose lotte intestine, come si vedrà nella trattazione a loro dedicata, tra aristocratici pagani e masse slave cristianizzate) quasi ogni eredità culturale con gli antenati. Eppure è probabilmente tra di loro che si era conservata la stirpe di Attila, la quale, fino all’arrivo dei Mongoli nel XIII secolo, garantiva i “quarti di nobiltà” necessari per essere accettati senza riserve come Khan dai popoli delle steppe.

La Romania e la Moldavia attuali sono dal IV sec. sempre state terre di stanziamento privilegiato delle più attive e bellicose confederazioni nomadi (dagli Unni ai Tatari, con “picco” tra il X ed il XIII sec. con i Peceneghi ed i Cumani) ma, almeno dal XIII secolo, avviene un processo di continuo assorbimento dell’elemento nomadico da parte degli autoctoni valacchi, resti della romanità parlanti una lingua neolatina, pastori di animali di piccola taglia ed agricoltori (anche se appariranno dei valacchi nomadi guerrieri a cavallo, di tanto in tanto) prima dell’avvento della civiltà industriale.

I Turchi di Turchia, col nome dei quali gli “Occidentali” identificheranno dal secolo XI quasi tutti i musulmani d’Europa e del Mediterraneo, vengono fuori anch’essi da confederazioni nomadi ma, nel loro periodo più glorioso, quello dell’Impero ottomano, terranno in dispregio sia il nomadismo che lo stesso nome etnico “turco” (considerato rustico, contadino, incolto). Solo alla fine del XIX secolo il nome d’origine verrà rivalutato di nuovo come proprio tra le élites, e nel XX secolo diviene “nome proprio di nazione” grazie all’opera di Kemal Atatürk, “padre” del proprio popolo come il nome Attila era sinonimo di “padre” per il suo ed il meno noto cumano (almeno nel nome!) Basarab lo sarà per i Valacchi nel XIV secolo.

Sintetizzando quindi, le principali caratteristiche confederative sono:

  1. Una confederazione nomade comprende popoli e persone di diversa attività economica e origine a seguito di un gruppo guerriero o di un capo particolarmente dotato; Il nome di alcune quindi sta a significare, in origine probabilmente come mero indicativo o addirittura come dispregiativo, la nuova aggregazione stessa: Cosacchi (Fuggiaschi), Bulgari (Mescolati).
  2. Il nome collettivo della confederazione è o quello della tribù-guida, o preso in prestito da una confederazione sconfitta (e poi alleata) più nota. Ad esempio il caso dei Mongoli che sconfiggono i Tatari e ne prendono il nome. Oppure ci si spaccia per una tribù-guida (o magari si è solo un frammento della stessa) nota e le altre vengono dietro, come succede per gli Avari d’Occidente che nulla hanno a che vedere con gli Avari Juan-Juan (407-552 d.C.) delle fonti cinesi.
  3. Si crea da un frammento più o meno consistente della confederazione-madre prendendo il nome della stessa più un aggettivo identificativo, sovente di luogo, di colore o di direzione. Unni Neri, Bianchi, Rossi, ecc..

Nei periodi di disgregazione confederativa, il più noto in Europa è quello successivo alla morte di Attila, ogni segmento rilevante della confederazione cerca di appropriarsi del ruolo egemone all’interno della stessa, sottomettendo gli altri. Nascono così nuove confederazioni, spesso al seguito di capi provenienti dalla famiglia o dalla tribù principale della vecchia, quasi sempre in lotta contro gli antichi alleati e a vantaggio dei vicini sedentari. Le lotte intestine producono caos e gli sconfitti si mettono a servizio dei sedentari più potenti (quando sono nelle vicinanze) oppure vengono ridotti in schiavitù, o vengono assorbiti dalle masse dei clienti con i quali convivono. A volte capita, vedi il caso di Odoacre, che vengano eletti a furor di popolo dai frammenti dell’antica confederazione, sovente sono ridotti in povertà e vivono di stenti ed espedienti, almeno fino quando non si concretizzano di nuovo. Proprio come i primi Unni d’Occidente.

Queste regole sono solo esemplificative del complesso sistema del nomadismo delle steppe, che tutto è meno che arbitrario anzi, è molto meno soggetto a variabili dei sistemi sedentari.

 Gradualmente si andrà a narrare, sempre in grandi linee, lo specifico e le differenze dei diversi popoli delle steppe che hanno interessato direttamente le vicende europee e scopriremo come rilevarne le tracce in maniera evidente anche in Italia e come alcune delle nostre attuali attività economiche tradizionali più note (addirittura un DOC del quale si va fierissimi nel sud Italia) siano un’importazione medioevale “nomadica” e come alcune aree della nostra penisola siano state di fortissima concentrazione “turco-mongola”, il che ci lega ad un passato sconosciuto, affascinante e, soprattutto, che non consideriamo come “nostro”, nonostante lo sia.

Bibliografia

Mi permetto di consigliare al lettore italofono una lettura dei dettagliatissimi lavori di: Eugenio Turri, Gli uomini delle tende. I pastori nomadi tra ecologia e storia, tra deserto e bidonvilles (Edizioni di Comunità, Milano, 1983); di O. Lattimore, La frontiera. Popoli e imperialismi tra Cina e Russia, Einaudi, Torino, 1962; M. Bussagli, Culture e civiltà dell’Asia Centrale, Eri,Torino, 1970; Jean-Paul Roux, Storia dei Turchi. Duemila anni dal Pacifico al Mediterraneo, Garzanti, Milano, 1988; Giuseppe Cossuto, Storia dei Turchi di Dobrugia, ISIS, Istanbul, 2001 e le splendide e storicamente fondate intuizioni di Bruce Chatwin, Invasioni nomadi, in Che ci faccio qui?, Adelphi, Milano, 2004, p. 264-280 (titolo originale inglese.: What Am I doing here?), almeno fino a quando non apparirà una traduzione seria e soddisfacente dei lavori di Renè Grousset o di L. N. Gumilev (Gli Unni, tradotto in italiano nel 1972, pur essendo una lettura fondamentale, mi sembra oramai invecchiato e troppo incentrato sull’area cinese per interessare gli avvenimenti particolari dell’Europa) o verrà pubblicata una monografia sintetica originale sull’argomento.


[1] Erodoto, Storie, 81, 2, (intr. di L. Rossetti, trad. di P. Sgroj), Roma, Newton Compton, 1997, p. 247.

[2] Desidero dedicare questo breve articolo alla piccola Irina, probabile discendente di Attila che già sa che le grandi muraglie non servono a fermare i nomadi, ma ad impedire ai sedentari di osservare l’orizzonte.

Creative Commons License

Giuseppe Cossuto nasce a Cassino nel 1966. Si Laurea in Islamistica (summa cum laude) nel 1993 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con una tesi dal titolo: "I musulmani di Romania tra sopravvivenza e riscatto". Dal 1990 compie numerosi viaggi di formazione, studio e ricerca prolungato nell'Est Europeo e in varie aree turcofone, lavorando anche come dirigente nella cooperazione internazionale e come corrispondente per note agenzie giornalistiche. Nel 1994 è vincitore di un corso di specializzazione nella ricerca storica presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia: “Le popolazioni di origine turca nei secoli IX-XIII sul territorio dell’attuale Romania”. Nel 2002, dopo aver studiato negli archivi d’Istanbul e di Bucarest, riceve il Ph.D presso “La Sapienza” di Roma discutendo una tesi dal titolo: "La vicenda umana e politica di Kantemir Mirza e gli statuti giuridici di Moldavia e Valacchia e Crimea (Stati vassalli ottomani). E' membro dell'Istituto per l'Oriente "C.A: Nallino" di Roma, del Centro di Studi Ottomani di Bucarest-Istanbul, ed è socio fondatore dell'Associazione culturale per la promozione degli studi orientalistici "Oxus" (Roma).

Ha all'attivo numerose pubblicazioni scientifiche e di divulgazione. Si occupa di relazioni tra il “mondo della steppa” e l’Europa, dell’identità e della storia delle minoranze dell'Est Europa.

Ha pubblicato due monografie:
Storia dei Turchi di Dobrugia, Istanbul, Isis, (2001);
Giovan Battista de Burgo. Viaggio di Cinque anni in Asia, Africa & Europa del Turco - Milano 1689, Istanbul, Isis (2003).


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